Teatro Massimo e Teatro Politeama fabbriche totalmente diverse ma fortemente legate

Palermo, capoluogo della Sicilia, è uno delle Città più belle d’Italia in cui convivono splendore e decadenza.  Crocevia di importanti civiltà del passato, il capoluogo siciliano ha un fascino del tutto particolare, dove le tante bellezze architettoniche sono un po’ nascoste, a differenza di altre città. Il suo centro storico è scandito e definito da due fabbriche tra loro molto diverse, ma legate, ovvero il Teatro Massimo e il Teatro Politeama. Due teatri sorti in un periodo cruciale e drammatico della storia di Palermo. Infatti in una città bisognosa di tutto, dall’acqua potabile alle fognature, agli ospedali e alle case, si assiste alla decisione di costruire contemporaneamente questi due teatri , collocandoli agli estremi dell’asse di Via Ruggero Settimo. Da una parte il monumento teatrale rappresentativo della volontà conservatrice della nuova borghesia, ovvero il teatro Massimo, dell’altra il teatro Politeama,  un teatro diurno simbolo della nuova apertura democratica verso il popolo a cui si intende estendere lo spettacolo teatrale, con manifestazioni di ogni tipo.

Pianta della città di Palermo Ottocentesca (Il teatro Massimo di Palermo a cura di Floriana Tessitore ,casa editrice Fondazione Teatro Massimo, 2013. )

Pianta della città di Palermo Ottocentesca (Il teatro Massimo di Palermo a cura di Floriana Tessitore ,casa editrice Fondazione Teatro Massimo, 2013. )

La collocazione urbana del sistema dei due teatri conferma le differenze e le intenzioni: il Massimo collocato in un punto privilegiato, al margine delle mura antiche che si intendevano cancellare, ma sempre vicino al luogo urbano privilegiato e l’altro il Politeama quasi in aperta campagna, verso i futuri quartieri.

Teatro Massimo

Teatro Massimo

Il teatro Massimo concorre insieme al piano Giarrusso alla formazione di una città all’avanguardia, come poche in Italia, che oltre a rispondere alle regole della legge di Napoli va incontro alle esigenze economiche, politiche e culturali del tempo. Il luogo scelto per la sua costruzione era solo in parte occupato dagli orti di un monastero e per recuperare la superficie necessaria, fu programmata la demolizione di un complesso di edifici religiosi costituiti dal Monastero delle Stimmate e dalla Chiesa di S. Giuliano, opera del celebre architetto Paolo Amato. Lo smantellamento di complessi monumentali, anche di notevole importanza, era un’operazione ampiamente giustificata in un momento storico non particolarmente favorevole alle comunità religiose ed è proprio di quegli anni. Già da prima dell’unità d’Italia si parlava per la necessità di Palermo di un nuovo, spazioso e moderno teatro dell’opera. A dare l’approvazione al desiderio dei palermitani fu l’ultimo re di Napoli Francesco II, ma ciò avvenne troppo tardi, infatti era il gennaio 1860 e pochi mesi dopo il regno borbonico si sarebbe disgregato. Il sindaco di Palermo, Salesio Balsano fece approvare nel 1861 , a regno appena formato, una delibera comunale per un teatro nuovo e conveniente al decoro della città, sul modello del Carlo Felice di Genova. Si dovrà, però aspettare fino al 10 Settembre 1864, quando il sindaco Antonio Starabba, marchese di Rudinì, succeduto a Mariano Stabile, bandì un concorso, aperto ad architetti italiani e stranieri, per provvedere alla mancanza di un teatro che stesse in rapporto alla cresciuta civiltà e ai bisogni della popolazione. La municipalità di Palermo non badò inizialmente a spese, poiché il nuovo teatro avrebbe dovuto essere talmente sontuoso e grande da rivaleggiare con i maggiori teatri europei e, quindi capace di dare risonanza e prestigio alla città. Al concorso si presentarono 35 partecipanti tra cui  dodici dei quali stranieri, e fu vinto da Giovan Battista Filippo Basile. Anche se si era deciso di concludere in fretta il cantiere della fabbrica, per ridurre le spese, una serie di peripezie, tra cui anche la morte dell’architetto, al quale succedette il figlio Ernesto, i lavori furono completati solo nel Maggio del 1897, rimanendo anche incompiuto in alcune sue parti. Dopo la sua inaugurazione il teatro divenne il centro vivo della città imponendosi come il polo di occupazione più importante dopo i Cantieri navali. Al tempo della sua apertura, è con i suoi 7730 metri quadrati il terzo teatro più grande d’Europa, secondo solo alle Opere di Parigi e Vienna, in quanto ambienti di rappresentanza, sale, gallerie e scale monumentali circondano il teatro vero e proprio, formando un complesso architettonico di grandiose proporzioni.

Pianta Teatro Massimo, Teatro di Vienna, Teatro di Parigi (Il teatro Massimo di Palermo a cura di Floriana Tessitore ,casa editrice Fondazione Teatro Massimo, 2013)

Pianta Teatro Massimo, Teatro di Vienna, Teatro di Parigi (Il teatro Massimo di Palermo a cura di Floriana Tessitore ,casa editrice Fondazione Teatro Massimo, 2013)

La simmetria compositiva attorno all’asse dell’ingresso, la ripetizione costante degli elementi (colonne, finestre ad archi), la decorazione rigorosamente composta, definiscono una struttura spaziale semplice ed una volumetria chiara, armonica e geometrica, d’ispirazione greca e romana. In alto l’edificio è sovrastato da un’enorme cupola emisferica, che ricopre la sala, ha un diametro di 28,73 metri ed è composta da una struttura di ferro coperta da squame bronzee, sovrastata da un grande vaso anch’ esso d’ispirazione corinzia.

Sezione longitudinale- Teatro Massimo (Il teatro Massimo di Palermo a cura di Floriana Tessitore ,casa editrice Fondazione Teatro Massimo, 2013)

Sezione longitudinale- Teatro Massimo (Il teatro Massimo di Palermo a cura di Floriana Tessitore ,casa editrice Fondazione Teatro Massimo, 2013)

L’ossatura della cupola è una struttura metallica reticolare che s’appoggia ad un sistema di rulli a consentirne gli spostamenti dovuti alle variazioni di temperatura. I due gruppi bronzei con i leoni che fiancheggiano la maestosa scalinata raffigurano la Tragedia, opera di Benedetto Civiletti, e la Lirica, opera invece di Mario Rutelli, autore anche della Quadriga che sovrasta il Politeama Garibaldi. Al termine della scalinata, un pronao con sei colonne corinzie accoglie lo spettatore.  Il riferimento alla classicità veniva rafforzato dal rapporto con le antichità siceliote, di cui Basile era un attento studioso, e caratterizzava in ogni parte l’esterno della grande fabbrica, lasciando alle zone interne, non visibili dal visitatore, ogni innovazione estranea alla tradizione dell’architettura antica.                                                                                                                         Attraverso l’analisi del teatro e della sua vasta produzione, Basile appare lontano dal dualismo apparentemente inconciliabile tra ingegneri ed architetti, in quanto è in grado di associare gli aspetti costruttivi e tecnologici a quelli espressivi dell’architettura. L’attenzione posta da Basile ad ogni parte della fabbrica viene esemplificata in maniera emblematica nelle strutture murarie: in considerazione delle esigenze derivanti dalle differenti condizioni di carico, unite alle condizioni di economia e di aspetto esterno, vennero usati almeno otto diversi tipi di muratura in pietra naturale ed altri cinque in mattoni, per ognuno dei quali venivano fornite indicazioni esecutive, insieme a considerazioni giustificative riguardo all’utilizzazione. Il teatro, ancora oggi non può essere giudicato antiquato o inadeguato rispetto alle moderne esigenze: esso difatti presenta aspetti costruttivi e tecnologici di rilevante interesse, sia perché testimonia il massimo livello qualitativo dell’epoca, sia perché, edificio di mole inusitata, contiene soluzioni costruttive audaci ed originali.

Fregio Teatro Massimo

Fregio Teatro Massimo

Il fregio in alto reca la scritta: “L’Arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”. Questa frase, scolpita sul frontone del teatro e di cui nessuno è ancora oggi riuscito a riconoscere la paternità, certamente non risulta corrispondere alle finalità che avevano portato alla costruzione del grande teatro palermitano: monumentalità, immagine, orgoglio municipalistico, lustro alla città ed al suo pubblico, luogo di ritrovo per lussi e mondanità.

Decorazioni Teatro Massimo

Decorazioni Teatro Massimo

Interni Teatro Massimo

Interni Teatro Massimo

Anche se durante la sua inaugurazione e nei vari anni il Teatro Massimo e la sua maestosità hanno generato malcontenti e critiche può essere considerato simbolo della città di Palermo, un centro di produzione culturale di respiro internazionale, una meravigliosa macchina capace di costruire emozioni e creatività, ed effettivamente la città lo sentì immediatamente “una cosa di famiglia”.

Teatro Massimo

Teatro Massimo

Nel piano Giarrusso, come detto in precedenza, era inserito anche la realizzazione di un secondo teatro, il teatro Politeama.

Teatro Politeama

Teatro Politeama

Una prima idea relativa alla realizzazione di un Politeama a Palermo si può fare risalire al 1859 con il progetto di riforme topografiche e decorative volute dal pretore Duca di Verdura, in cui accanto a un teatro grande, ovvero il teatro Massimo, si prevedeva la costruzione di un teatro diurno e un circo olimpico che avrebbe occupato lo spazio del giardino di villa Rosa. Nel 1860, si bandì un concorso internazionale per la costruzione di questo teatro, da intitolare a Ferdinando II che sarebbe dovuto sorgere in Piazza Marina. Il teatro venne ritenuto dalla Municipalità palermitana un bisogno fondamentale. Doveva essere un’opera di grande importanza e valenza per la città con lo scopo anche di impiegare una gran massa di artigiani ed artisti, soprattutto, locali. Nel 1860, però, in seguito all’impresa dei Mille di Garibaldi ed alla caduta del dominio borbonico, l’idea di costruire un nuovo teatro sembrò abortire e dovettero passare quattro anni prima che il progetto fosse varato. Nel 1865, infatti, grazie sempre all’illuminata politica dell’allora sindaco Antonio Starabba, l’amministrazione comunale bandì un concorso interno per la costruzione di un teatro diurno polivalente, affidandone la progettazione a Giuseppe Damiani Almeyda, giovane ingegnere.  Il teatro doveva sorgere al confine estremo della struttura monumentale palermitana come punto di riferimento ideologico dell’espansione della città moderna ed, in contrapposizione dell’altro, destinato a soddisfare il bisogno aristocratico di un teatro lirico adeguato alle esecuzioni del grand opéra, doveva essere dedicato al godimento ed allo svago di un pubblico più popolare immaginando per lo stesso produzioni quali operette, lavori comici e drammatici, veglioni, feste, spettacoli circensi ed equestri. La costruzione del Politeama avrebbe accresciuto il prestigio della nuova area urbana, allora in aperta campagna, una cerniera tra la città esistente  e la nuova espansione.  Inoltre l’assenza di persistenze architettoniche ha consentito un ulteriore vantaggio nella progettazione del teatro senza vincoli. Nel 1863, numerosi furono gli elaborati grafici redatti da Damiani per la costruzione del Politeama. Si dà vita al progetto del nuovo teatro nel 1865. La tipologia interna usata da Damiani per la distribuzione in pianta delle aree del Politeama, si basano su quelle della fine del Cinquecento e inizi del Seicento del cosiddetto “teatro moderno”. Per prima cosa si stabilirono le norme distributive, che prevedevano la  separazione tra la borghesia, collocata nei palchi, e il popolo, nella “cavea” , per motivi di sicurezza e di contagi, e la separazione degli ingressi per le due classi sociali, secondo una tipologia del tempo. L’organizzazione planimetrica prevedeva l’incastro con palcoscenico e un’ampia arena che l’architetto volle manifestare espressivamente all’esterno, influenzato dalle precedenti soluzioni semicircolari dei teatri studiati. La forma e la dimensione dell’arena, molto pronunciate, diedero una serie di problemi distribuitivi e fruitivi.  Successivamente il progetto dell’arena fu ridimensionato, anche se di poco, per dare maggiore spazio alle altre zone del teatro. Le varie zone del teatro sono distribuite secondo  le tipologie classiche del teatro moderno. Il vestibolo è caratterizzato da una pianta quadrata a tutta altezza, con la copertura a volta. Le aperture laterali ai porticati dei due foyers, nella parete centrale d’ingresso alla grande sala della platea, l’accesso ai due corridoi a un livello più alto che portano ai palchi posti lungo il perimetro della platea, e alle scale per i palchi posti al primo piano e ai due saloni pompeiani, infine le due aperture che immettevano in piccolo locali circolari. Dal vestibolo d’ingresso si passa alla grande platea, con due ordini di plachi e due di logge.

Pianta Teatro Politeama

Pianta Teatro Politeama (Il Politeama di Palermo, tesi di laurea di Salvatore Motisi, a.a. 2013/2014, Palermo)

Damiani cercò di dare al Politeama una forma di circo, creando una struttura architettonica leggera, usando come elemento costruttivo l’arco, ma dovette risolvere il problema della pendenza del terreno, che costava di ben 4 m, tra la piazza antistante e il retro, che procurò non poche difficoltà , dovendo raccordare in un unico stile l’intero edificio con le strade adiacenti inclinate. L’ingegnere riuscì perfettamente a modificare i quattro prospetti con una composizione architettonica capace di nascondere il dislivello, e accordò i vari ambienti interni con delle scale. Nel prospetto principale del teatro, il vestibolo è il fulcro e simbolo di tutta l’architettura. Un elemento che Damiani studiò con particolare attenzione, dai primi progetti fino a quello definitivo. L’area del vestibolo, divenne predominante del progetto, un corpo gettante a tutta altezza rispetto al volume semicircolare del colonnato coperto all’interno da una volte a botte. l’arco d’ingresso del prospetto venne ampliato e liberato dalla trabeazione intermedia, che ne interrompeva lo sviluppo continuo, modificando il coronamento dell’attico con un bassorilievo. .Lo stile usato per l’intera opera è quello neoclassico, romano-pompeiano per le decorazioni. Durante il lungo cantiere del teatro, il progetto fu ostacolato da problemi di natura economica che frammentarono l’esecuzione.

Facciata Teatro Politeama

Facciata Teatro Politeama

Il teatro Politeama domina con la sua elegante struttura circolare piazza Ruggero Settimo, un doppio portico scandito da una serie di colonne di stile ionico e dorico caratterizza l’esterno del monumentale edificio che culmina nell’incantevole ingresso a forma di “Arco di Trionfo” circondato da due maestosi candelabri e sormontato da una superba quadriga di bronzo.

Arco Teatro Politeama

Arco Teatro Politeama

La magnifica quadriga, nota anche come “Trionfo di Apollo e Euterpe” è opera raffinatissima dello scultore Mario Rutelli; ai lati è affiancata da due statue equestri che raffigurano una coppia di cavalieri su due destrieri impennati, modellati da Benedetto Civiletti maestro del Rutelli.                                                             In conclusione si può affermare che le storie progettuali e cantieristiche dei due teatri palermitani sono indissolubilmente legate: si realizzano quasi contemporaneamente e testimoniano vicende, tensioni, fervori e mutamenti politico-sociali ed amministrativi della cultura palermitana di fine secolo. Entrambi fulcri nodali nel tessuto cittadino, poli di convergenza della vita di relazione, rapprese tano un’occasione importante per proporre nuovi assetti urbanistici, vedendo coinvolti due grandi protagonisti dell’architettura siciliana del XIX secolo: Giuseppe Damiani Almeyda e Giovan Battista Fillippo Basile.

Giulia Damanti

Viaggio da 10/08/2016 a 17/08/2016

Bibliografia